MARIO LO COCO
 
Una fabbrilità ancestrale e al contempo innovativa
 
 
        
Fittili – termine non a caso scelto per intitolare questa mostra – è espressione che rimanda inequivocabilmente all’ambito archeologico. E in effetti l’immaginario di cui si sostanzia l’agire plastico di Mario Lo Coco appare intriso di suggestioni "ancestrali", di vestigia di un lontano "primordio" però in grado di fungere ancor oggi da efficace ed appropriato innesco immaginifico.
Totem, sfere ed altri manufatti ceramici – realizzati con sapiente perizia figulina dall’artista monrealese – mantengono infatti del tutto inalterato quel potere simbolico ed evocativo che li ha contraddistinti sin dal passato più remoto. Non è quindi un caso che essi siano stati – come detto – plasticati con un materiale assolutamente "primitivo" come l’argilla; non è un caso poiché nel gesto "fabbrile" che la emancipa dalla sua natura bruta e informe, trasmutandola in modellati al contempo funzionali e dall’irretente valenza estetica, si esprime a pieno quella idea di "vis creativa" – anche malintesa – di cui l’uomo (e in particolare l’artista) si è fatto depositario e vettore sin dall’imperscrutabile oscurità della preistoria.
Ed è proprio questo che affascina nell’operato di Lo Coco: ovvero la capacità di attingere ad un plurimillenario panorama di forme simboliche, attualizzandolo ed adeguandolo alla contemporaneità, ma sempre mantenendo quella capacità di evocare, di rimandare ad altro e ad un altrove, che travalica il mero dato e stato contingente per sconfinare in una dimensione straniante ove la percezione lascia spazio al più libero fluire della suggestione. Lo slancio ascensionale dei totem, caricati di ulteriore mistero da fantasiose scritture "cuneiformi" (omaggio evidente al fascino geometrico delle antiche grafie mesopotamiche), come nel caso dei menhir e di tanti altri antichi manufatti connotati da verticalità, rilancia quell’inconsunta aspirazione ad un assoluto che permea nel profondo le culture umane a partire dai loro albori d’epoca neolitica; e parimenti l’accurata simmetria delle sfere – arricchite da iridescenti invetriature ed analogamente incise con segni misteriosi – ecco rimandare a quella idea di armonia (si pensi all’idea platonica ed aristotelica di un "cosmo" costituito da sfere eteree, ruotanti l’una sull’altra e capaci di emettere suoni percepibili solo da alcuni "eletti") alla cui definizione la mente umana tende da tempo immemorabile.
Nell’incedere causale dal progetto all’oggetto, nel concreto trasformarsi dell’idea in manufatto, precisamente in tal circuito neuromotorio che conduce dall’indefinita ispirazione alla fattiva narrazione, si invera dunque la stupefacente alchimia del fare artistico, di quel potere – di cui ogni vero artista è portatore – in virtù del quale un’intima visione si traduce in un medium visuale capace di coinvolgere ogni osservatore.
Ed è lo stupore – alla fine – a prevalere, lo stupore che si prova davanti ad opere nate da materia sì umile e magmatica eppur nobilitata da una fervida inventiva e da una fabbrilità al contempo ancestrale e innovativa; davanti a un lessico radicato nella tradizione che, innestandosi senza traumi né cesure nella contemporaneità, continua a parlare e a raccontare a tutti noi.
 
 
Salvo Ferlito - giugno 2026